SECOND LIFE E L'ARTE: UN RINASCIMENTO SPUNTA SUL WEB
Si chiamano Cicciuzzo Gausman, Neupal Palen, Papper Pap, Ka Rasmuson, Hio Taringa, Gazira Babeli e, anche se i nomi non ci starebbero affatto male, non sono personaggi dei cartoon ma gli avatar di persone in carne e ossa che hanno eletto Second life a proprio universo creativo. Producono installazioni, ritratti, statue e architetture digitali. Fra di loro comandano i finlandesi – è il caso di Keiko Morigi – e, come ti sbagli, gli americani, ma gli italiani si difendono.
Quasi tutti autodidatti e mediamente venticinquenni, realizzano opere che Mario Gerosa, curatore della mostra fiorentina Rinascimento virtuale, s’è preso la briga di suddividere in bislacchi filoni creativi come post kitch, post déco, neo pop e via battezzando. Per il momento, creano ed espongono quasi esclusivamente nel mondo targato Linden. Che, nonostante la crisi in cui pare sia entrato a giudicare dai dati dell’ultimo mese (dei quasi 15 milioni di avatar che lo popolano, meno di 900mila si sono connessi fra settembre e ottobre) sta proponendo autori di un certo interesse. Artisti che possono vantare i loro galleristi, i loro mecenati e i loro ammiratori, ma solo in versione elettronica. Sono infatti oltre 500 le gallerie virtuali che popolano Second life, ma ce n’è anche una reale, la Avatrait di Chicago, che invece commercia solo opere provenienti dalla Seconda vita. Opere che hanno raggiunto anche cifre ragguardevoli quando piazzate – nella loro versione statica tipo lambda – nei mercati del “real world”: fra i 2mila e gli 8mila euro.
«L’operazione – dice Gerosa – è antropologica. Su Second life, e più in generale in rete, sta sgorgando un vasto movimento di artisti che nessuno si è preso finora il compito di pesare e valutare. Manca uno statuto critico. Rischiamo che questa marea si inabissi, riconsegnando gli universi virtuali a quel tecnopotere dal quale sembravano affrancati». A Firenze, in questi giorni, si sono dati appuntamento oltre 150 artisti da tutto il mondo. Che in fondo, al di là delle magagne tecniche che ogni passaggio generazionale implica, stanno spingendo, volenti o nolenti, in una direzione: contribuire, da quell’assurdo esperimento che è Second life, a scovare stimoli per l’arte del nostro, vecchio mondo reale. Un neoumanesimo è possibile. Almeno uno.
Pubblicato sul numero di novembre di Inside Art.

IL MIO FRANKENSTEIN NASCOSTO - INTERVISTA A GORAN BREGOVIC
Il nuovo disco, Alcohol – ultimo di una sterminata serie – è uscito da pochissimo. Vi propongo l'esito della mia chiacchierata con Goran Bregovic uscito sul numero di ottobre di Inside Art.
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Più o meno come le sbilenche composizioni che pensa e suona, in grado di alternare momenti di sterminata melanconia a scalmanate e furiose esplosioni d’ottoni, l’alfiere dello gitanismo sonoro mondiale Goran Bregovic risponde a stantuffo, come un treno che gorgogli su per qualche sdrucito dirupo bosniaco. Quasi suda, mentre impugna quell’italiano bastardo che, se possibile, aumenta quell’affascinante piglio da pestifero cantore del meticciato contemporaneo. Dal rock dei Bijelo Dugme a Karmen, passando per scuole di musica, istituti tecnici, Tito, Napoli e Kusturica: come ti senti? «La mutazione è intrinseca all’uomo, non siamo mica alberi. Certo, se mi elenchi tutte queste cose in cinque secondi, un po’ di paura la provo. Tuttavia mi pare normale, si cambiano orizzonti. O vogliamo rimanere coi pampers addosso tutta la vita?» Forse le canzoni dei Bijelo Dugme erano la tua arma di contestazione e dunque davvero, per te, la musica è stata rivoluzione? «Eravamo giovani e col comunismo ognuno cercava un modo di esprimere, senza razionalizzare granché, la sua diversità. Il regime spingeva all’omogeneizzazione. E il rock‘n’roll era veramente importante in tutti i paesi comunisti, più che in Occidente, dove avevate tanti altri modi di contestare». Certe sonorità balcaniche sono ormai risucchiate dal vortice della musica commerciale, penso ai Gogol Bordello: che idea ti sei fatto su quest’uso delle tradizioni locali? «È bello vedere che, forse per la prima volta nella storia, alcune piccole culture riescono a influenzare così tanto quelle più grandi. Amo che i dj rubino il materiale balcanico, che poi torna ancora a noi e influenza i nostri giovani. Aumenta anche la convinzione nelle proprie, piccole condizioni culturali». Bartok e jazz, tanghi e ritmi slavi, suggestioni turche e vocalità bulgara. E ancora: elettronica, Iggy Pop e kelzmer. Tu come la chiami? Forse l’etichetta world music è un po’ invecchiata… «La mia è senz’altro una musica Frankenstein. Non che spinga troppo per questo, ma è così. Sono un compositore di un posto in cui è tutto mescolato, di puro non c’è nulla. Parlo questo linguaggio, nato fra moschee, cattedrali ortodosse, sinagoghe, feste, matrimoni e funerali. Non metto etichette, sono un insider». «Ora non mi interessa la carriera, ma solo la musica. Mi diverto a provare di tutto, dalle canzoni per bambini alle sinfonie più complesse». Dobbiamo aspettarci un’altra sterzata? «Venivo già da una grande carriera rock, ero una star. Ma la vita ci offre altro, è un peccato sprecarla per una missione soltanto. È per questo che scrivo naturalmente, come mangio. Un giorno al ristorante, un giorno in cucina con quello che avanza. Appartengo a una contemporaneità diversa, parallela alla vostra. Non posso fare finta di essere americano». Composizioni come le tue, accompagnate dalla Wedding & funeral band, la fida fanfara di ottoni che ti segue da anni, possono contribuire a diffondere il meglio della cultura gitana rompendo gli schemi che vanno irrigidendosi? «Nei prossimi anni l’Europa dovrà riconoscere il dono della cultura gitana anche nella sua cultura. Anche se ora sembra difficile, questi residui dovranno essere riconosciuti. Il fascino della musica gitana è proprio che manca un’etichetta per definirla: è un modo per sopravvivere, rubando ritmi arabi, armonie spagnole e melodie klezmer. Nasce da un bisogno, non da una moda». Una vita stracolma di viaggi, persone e musiche differenti: qual è il fondamento della tua esistenza, la certezza attorno cui ruota tutto il resto? «Per ora sono nel periodo in cui amo immaginarmi come un compositore che può fare delle cose che difficilmente gli altri possono fare, spaziando dagli anfiteatri antichi così come al tuo matrimonio, se vuoi. Ho suonato in posti che non puoi nemmeno immaginare che esistano, per i curdi, nella loro città di Diyarbakır, a Beirut, in Islanda, in Siberia. Posso farlo grazie al privilegio di essere uno specialista dell’unico linguaggio universale: la musica. Impensabile per la religione o per la politica. Come potrei non farlo?». Dopo tutti questi anni, rimani un alfiere della musica come strumento di pace. «Sono in buona compagnia. Da Adorno a Schopenauer, tanta gente ha sempre pensato che sia la formula magica per compiere scelte altrimenti blasfeme».

NO, I CAN'TPensavo di potercela fare, a sprangare le porte di questo blog. Che per me è molto più di un blog. Invece ogni tanto torno a spizzare, ad affacciarmi, a origliare. Mi faccio gli affari degli altri in casa mia – assurdo, nevvero? Il punto è che non l'ho chiuso di netto, con decisione, troncando una storia ormai abbastanza lunga da assumere senza scampo una certa importanza. Invece, un po' vigliaccamente devo ammetterlo, ho cercato di dimenticarlo. E dimenticare è una delle contorsioni mentali più complicate, oltre che dolorose. E allora è evidente che Popimmersion non vuole/deve morire. Resistere, resistere, resistere. Il suo destino è sopravvivere. Anzi: continuare a vivere. Più e meglio di prima.

ALITALIA, I SINDACATI E UN ASSURDO GIOCO AL MASSACRONo, che poi la cosa essenziale di questa ridicola due giorni di (finte) trattative ininterrotte è fondamentalmente la morte del sindacato. Infatti, se le sigle sindacali firmassero, sarebbero socialmente morte - basta vedere com'è stato accolto ieri mattina il più possibilista dei tre, "Bonanza" Bonanni. Se, al contrario, i tre caballeros e tutti gli altri picadores di sigle e siglette minori non dovessero firmare, probabilmente salverebbero quel poco di faccia verso i loro aderenti. Aderenti che però magicamente si trasformerebbero, da una notte all'altra, in tanti ex dipendenti, visto che sarebbe morta Alitalia e con lei un pezzetto di paese politicamente pesantissimo - oltre che, appunto, seimila tessere sindacali. Considerando poi che ormai da anni i nuovi assunti, in tutti i settori lavorativi, si iscrivono ai sindacati con percentuali lillipuziane. Insomma: un gioco dell'assurdo che nemmeno Ionesco.
UPDATE: sembra, alle 12.30 minuto più minuto meno, che Alitalia stia definitivamente morendo.

MESSA LA FRECCIA?
Messa la freccia?

ONOMASTICA ITALIANA: FANTOZZI LIQUIDA ALITALIAPer carità. Lo so che è facile. Forse troppo. Però, insomma, che alla fine sia Fantozzi il commissario della moritura Alitalia, pare davvero uno di quegli onomastici scherzi del destino che tanto assediano il nostro paese. Coincidenze - non ce ne voglia il povero on. avv. Augusto - che finiscono inaspettatamente per disvelare in maniera prorompente il Dna più autentico di questa scalcagnata nazione. (Qui mi verrebbe da aggiungere, a parte qualche altra carica a Fantozzi tipo gran. figl. di putt., uno di quei celebri versacci e mugugni alla Paolo Villaggio, tipo "mmh", "eeh?". Che farebbero tanto zibibbo sulla torta).

SCALETTE (RADIOFONICHE) DI FINE AGOSTOVi copioincollo dal sito Nerdsattack la scaletta dei pezzi trasmessi oggi su Radio Città Aperta, nel corso della mia ospitata (che, come auspico da anni ormai, diventerà periodica) nello spazio musicale dell'amico Emanuele Tamagnini. Ci sono cose gustose da ascoltare, chicche sconosciute e più note certezze. Per rinfrescare un'ultima, caldissima settimana d'agosto. Enjoy.
1) OASIS - The Shock Of The Lightning 2) Joseph ARTHUR - Shadow Of Lies 3) RATATAT - Mirando 4) LINDA GUILALA - La Fuga de Nadia Comaneci 5) APPARAT - Arcadia 6) A PLACE TO BURY STRANGERS - Missing You 7) LALI PUNA - 40 Days 8) UNKLE - Chemistry 9) SPEEDMARKET AVENUE - Sirens 10) Kaki KING - Pull Me Out Alive 11) IRON & WINE - White Tooth Man 12) HOT CHIP - Ready For The Floor 13) BLACK GHOSTS - Some Way Through This 14) Elvis COSTELLO - Turpentine 15) The RECORD'S - Money's On Fire 16) SANTOGOLD - L.E.S. Artistes 17) LYKKE LI - Dance Dance Dance 18) The NOTWIST - Consequence 19) The DIRTBOMBS - Wreck My Flow 20) BECK - Gamma Ray 21) CLINIC - The Witch 22) BLONDE REDHEAD - Equus 23) Bryan FERRY - Let's Stick Together 24) MY MORNING JACKET - Evil Urges 25) MASOKO - Musica 26) ANTONY & The JOHNSONS - Fistful Of Love 27) GNARLS BARKLEY - Run 28) MOGWAI - Batcat 29) The FAINT - Fish In A Womb 30) ZUTONS - Freak 31) WOLF PARADE - Language City 32) SIGUR ROS - Inni Mer Syngur Vittleysingur 33) ELEVENTH DREAM DAY - Two Smart Cookies 34) SIMIAN - LA Breeze

CIRCO(STANZE) DI PALAZZO SANT'ELIA (PALERMO)

PER LA SERIE "I NONSENSE DEL CONTEMPORANEO": COSTRINGERE ALLA PACENonostante sia allegramente a zonzo per la Trinacria, fra Palermo, Cefalù e la strepitosa riserva dello Zingaro, non posso fare a meno di copincollare un titolo di Repubblica letto or ora in un rapido aggiornamento online. (Prima però devo dirvi, se passate da Palermo, di visitare assolutamente la mostra "Espana 1957.2007" curata da Demetrio Paparoni a palazzo Sant'Elia: rotonda e perfetta come poche viste ultimamente). Dicevo del titolo: rappresenta una di quelle uscite giornalistiche che dicono e spiegano più di mille libri, di infinite riflessioni e decine di dibattiti. Come dire: ecco tutto.
Mosca bombarda Tbilisi "Li costringiamo alla pace"

GLI INTELLETTUALI NON VANNO MAI IN VACANZA? Curate, ut valeatis!

L'ITALIA MUSICALE PER IL TIMES: «UNTAPPED CORNER OF THE ROCK WORLD» Mi era sfuggito, un paio di giorni fa, questo articolo del Times online che ho recuperato attraverso Rockit. Il giornalista Robert Collins tenta di analizzare la situazione della musica (indie) rock nostrana (già questa mi pare una notizia) anche attraverso le dichiarazioni di gente come Settlefish, Disco Drive (nella foto), Cut e Verdena. Obiettivo: capire come mai è (sempre stato) complicato incontrare una band italiana all'estero.
Punto primo: mi pare che, dopo mesi di merda scaricata sul nostro paesetto sotto ogni genere di aspetto, i toni siano sostanzialmente differenti e che insomma, si, essere definiti dal Times «untapped corner of the rock world» non sia proprio malaccio. In un certo senso, infatti, il pezzo di Collins serve proprio a sottolineare il potenziale di una scena che però, per vari motivi, non varca i confini della penisola italica - e spessissimo nemmeno quelli della propria area geografica, aggiungerei.
Punto secondo: non mi pare che le ragioni che ne escono siano particolarmente pregnanti. Corrette, senz'altro, ma non determinanti se si gira la faccia all'Europa attingendo ad altre esperienze. La difficoltà di abbandonare la lingua italiana/imposizione di cantarci da parte delle major, la preferenza per un piccolo ma sicuro cachet in Italia piuttosto che l'avventura all'estero, l'assenza di una struttura di etichette ferrate per i rapporti oltre confine etc.: tutto giustissimo.
Mi domando però se, mondo anglosassone a parte e nemmeno tutto, in realtà decine di band, provenienti dai più assurdi paesi del globo, non abbiano affrontato le medesime difficoltà. Alcune superandole, altre no, come sempre succede. Penso ai Sigur Ros, che certo beneficiano di quell'alone di esotismo che regala loro una lingua così strana come l'islandese, ma che un po' di tempo ne hanno impiegato per uscire. E come loro molte altre formazioni.
Insomma, mi pare che le ragioni siano al contempo più complicate e più semplici. Da una parte c'è che l'Italia in ambito rock non ha mai avuto una tradizione entusiasmante sotto il profilo dell'esportazione, tranne piccole straordinarie gemme. E questo a causa di un misto fra pregiudizi, difficoltà strategiche e carenza effettiva di originalità. Dall'altra è tutto molto più semplice e, in un certo senso, «if you’re willing to get 100 bucks and sleep on the floor, you can get a show anywhere», come dice Jonathan Clancy nel pezzo.
Al momento materiale (originale e di sostanza) per poter dire qualcosa all'estero ce n'è. Speriamo che fra qualche tempo non saremo ancora qui a spippettarci sul Live in Usa della Pfm e a doverci sorbire le stronzate degli spocchiosi divetti locali convinti che Milano e Roma siano il centro del mondo. Quando sono, a malapena, il centro d'Italia.

INTERVISTA A GIOVANNI ALLEVI, UNA BACCHETTA STREGATA C’è la gioia incontenibile di un poppante smanioso di ficcare le dita ovunque e la tigna granitica di un navigato compositore, nei sussurri di Giovanni Allevi. Che fioccano spumosi come i riccioli che popolano la sua capoccia imbottigliata di semiminime. Navigato, d’altronde, comincia a esserlo: “Evolution” è il sesto lavoro, il primo sinfonico dopo cinque dischi di piano solo. «È una specie di download ammaliante: la musica è una strega portentosa che non mi ha mai lasciato scampo. Prendere o lasciare». Parto dal titolo: è l’Allevi compositore o l’esecutore il protagonista dell’evoluzione? «Assolutamente il compositore, che spicca in tutto il suo splendore. Non ho dubbi». Spesso insisti sulla categoria della “contemporaneità” per illustrare il tuo lavoro: dopo la musica atonale, sei il fondatore della nuova musica classica contemporanea? «Intanto, dopo la stagione atonale c’è stato il minimalismo statunitense, negli anni ’60. Detto questo, non saprei dire se sono fondatore o esponente di un nuovo approccio alla classica, non estremizzo alcun aspetto. La mia è musica punto e basta, immediata e complessa, di stampo europeo». E invece l’arte contemporanea, così trasversale e liquida, riesce a stimolarti? «Dell’arte contemporanea mi entusiasma l’enorme dinamismo, più che la contaminazione. E il fatto che goda di immediata considerazione, soprattutto dal pubblico. Cosa che non avviene quasi mai, con le nuove idee musicali. Io sono un’eccezione». Sei il musicista classico più pop: un grimaldello per avvicinare i giovani all’universo della classica? «Pensavo fosse una battaglia persa. E invece ho scoperto che anzitutto la musica, e poi l’immagine, sono riuscite a stabilire una connessione con tantissimi ragazzi. Ma il problema della popolarità della classica è solo novecentesco: prima era per tutti». La tua storia ricalca le vicende dei predestinati. Ma anche di una volontà rigorosa di fare della musica la propria vita: quanto destino e quanta volontà coesistono a oggi, luglio 2008? «La volontà è tutto. La mia è ferrea, ai limiti dell’extraterrestre. Se pensi a tutta la fatica e il lavoro notturno per registrare “Evolution”, nel corso dello scorso tour. No, non ci credo, alla fortuna». Forse una ce n’è, però: quella di nascere con una grande passione che ci guidi per la vita? «Certo: quello è l’ingrediente fondamentale. E infatti se quella stregaccia che è la musica non mi avesse accalappiato e costretto a immolarle l’intera mia esistenza, non ci sarebbe stata volontà di sorta».
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L'ARTISTA Un rivoluzionario in tour per tutta l'estate
Giovanni Allevi, protagonista indiscusso di un’inedita stagione della musica classica segnata dall’affermazione di una nuova intensità ritmica e melodica europea, nasce il 9 aprile 1969 ad Ascoli Piceno. Doppiamente diplomato al conservatorio (pianoforte a Perugia e composizione a Milano) e laureato in filosofia a Macerata, viene notato nel 1997 da Jovanotti che gli pubblica il primo disco, “13 dita”, e lo fa suonare nei suoi tour. Sei anni dopo arriva il secondo disco, “Composizioni”. Nel frattempo riceve infiniti riconoscimenti e suona in mezzo mondo, da Hong Kong agli Usa. Il terzo album, “No concept”, nasce appunto a New York e viene pubblicato nel 2005. L’ultimo disco piano solo – a parte il doppio “Allevilive” – è “Joy”, del settembre 2006: clamoroso successo che sfonda le 100mila copie. Di quest’anno è il primo libro, “La musica in testa”: filosofia della musica. “Evolution” (Bollettino/Ricordi-Sony Bmg) è il sesto lavoro, realizzato con un’orchestra sinfonica di trenta elementi, “I virtuosi italiani”. Con loro, Allevi sarà in tour per tutta l’estate: da Lignano (12 luglio) a Ostia Antica (16 luglio), passando per molte altre tappe fra cui Alessandria (27 luglio), Lecce (3 agosto) con chiusura a Palermo e Taormina (28 e 29 agosto).

PERSONAL PORNO: E SE DOMANI GODESSIMO DAVVERO? C’è Morgana, la star. Roberta e Luana, due facce di un'inedita Doctor Jeckyll tutta al femminile, la mattina studentessa e il pomeriggio pruriginosa camgirl. E poi ancora la casalinga Ophelia. E Maliziosa Chanel con compagno (partecipante) annesso. Sembra un'armata felliniana d'altri tempi, solo rieditata nel nuovo millennio. Non è altro, invece, che l'avanguardia del nuovo sesso, quello che d’altronde le società liquide si meritano e si ritagliano su misura: il personal porno.
Federico Ferrazza, giornalista che scrive di scienza e tecnologia su «L’espresso», sul «Sole 24 Ore» e sul «Venerdì di Repubblica», trattiene il respiro e si immerge nel pieno dell’alta marea montante dell'arcipelago erotico e pornografico internettiano. Lo fa andando a ficcare il naso, con approccio impeccabile e continuamente ligio a preservare l'accessibilità anche al lettore meno avvezzo a certi gerghi e a certi luoghi virtuali, in ogni minuto meandro della faccenda. In un crescendo continuo, che dalla disamina attenta e tecnicissima dell'inedito e redditizio mestiere di camgirl – con cui tante vostre figlie e nipoti si pagano l'università e la macchina nuova – arriva fino agli aspetti pesanti e sonanti del vecchio mercato pornografico catapultato nella crisi dal porno 2.0, Ferrazza seziona con certosina accuratezza ogni implicazione, necessità e potenziale sviluppo delle nuove modalità con cui provare sensazioni su internet. Ne emergono almeno tre punti esiziali. Il primo è la comprensione che, anche grazie a un'analisi di questo tipo, nella nuova pornografia online sta accadendo esattamente quanto avviene in ogni altro ambito "ricreativo" grazie alla rete: Ugc, user generated content, dicono gli anglosassoni e gli espertoni. Con parole nostre: partecipazione e condivisione di contenuti realizzati in piena autonomia. Il secondo è che lo sfruttamento economico di questo genere di contenuti è ormai anni luce dal mero dilettantismo: stanno crescendo e pascendo piccoli imperi – dal mondo virtuale Red light center a You porn e compari fino all'oggettistica tecnologica di alto livello, vedi alla voce iPorn – che hanno il pregio di non tener fuori nessuno, nemmeno la venticinquenne che vende biancheria intima per 40 euro a pezzo e chiede 3 euro al minuto per uno strip davanti al computer. Racimolandone anche 2 o 3mila, alla fine del mese grazie alla sinergia col portale Ragazzeinvendita.com. E soprattutto facendosi pietra angolare dell'intero discorso. Terzo: esattamente come nel mondo delle major discografiche e cinematografiche, anche i colossi dell'old porn stentano ad architettare contromisure bilanciate ed efficaci per contenere le mastodontiche perdite che fanno segnare senza sosta. Qualcuno si muove (timidamente), altri vivacchiano con i diritti dei vecchi film, altri ancora schiamazzano senza comprendere. Intanto il mercato dei dvd crolla e la Rete comanda flussi e incassi con l'interattività e la prospettiva (abominevole?) di poter un giorno trasmettere sensazioni nervose da incanalare e godere tramite appositi terminali, oltre che immagini statiche e in movimento. «Quando l’esperienza dell’utente sarà arricchita dal senso del tatto e sarà quindi possibile stimolare una persona a distanza ci si potrà davvero immergere in un mondo virtuale» Brian Schuster – Amministratore delegato Utherverse/Red light center. Federico FerrazzaPersonal porno Fazi Editore 222 pagine 16 euro

LA CULTURA IN ITALIA: SULL'ORLO DEL BARATRO? I NUMERI DEL V RAPPORTO FEDERCULTURE Ieri è stato diffuso il V rapporto di Federculture, l’associazione nazionale dei soggetti pubblici e privati che gestiscono le attività legate alla cultura e al tempo libero diretta da Giorgio Van Straten. Inutile dire che il quadro che ne esce, come al solito per questo martoriato paese, è in chiaroscuro tendente al fuligginoso.
Il dato fondamentale è che non riusciamo, come amano dire tanti top manager, a “fare sistema”. La produzione culturale – e addirittura l’esportazione – sono floridi, il punto è che non si riesce ad architettare una struttura adeguata per offrirla. Ecco dunque che balzano fuori dati solo apparentemente contraddittori, tipo la nostra leadership nella produzione del design e la seconda posizione per esportazione di “prodotti creativi” (dall’artigianato agli audiovisivi ai new media) che cozzano con «una visione della cultura ancora identificata quasi escplusivamente con la conservazione del patrimonio artistico, o piuttosto legata al tempo libero, quasi sempre considerata una spesa più che un investimento». Qualche numero chiarirà la situazione: l’Italia è al 17° posto in Europa per quota di Pil destinata a investimenti in ricerca e sviluppo e la nostra migliore univerità si colloca alla 173° posizione nella graduatoria dei migliori atenei del mondo.
Il bilancio dei Beni culturali, come avevo già avuto modo di anticipare su Inside Art di questo mese, subirà tagli sostanziosi. Da sempre fanalino di coda, la manovra triennale di Tremonti sottrarrà al ministero 900 milioni di euro, e altri 150 sono già stati detratti dalle voci legate allo spettacolo e alla tutela del paesaggio per tagliare l’Ici. E anche sperare nei privati – come auspica il neo ministro Sandro Bondi – è cosa vana: in Italia la cultura resta il settore dove investono di meno: il 15% contro il 63% dello sport e il 22% della solidarietà. Tuttavia grazie ad alcune agevolazioni fiscali, negli ultimi due anni i finanziamenti privati – in testa le banche - sono cresciuti del 5%.
Nonostante alcuni progetti come il Creative brain, new talents for the new economy (10 milioni di sterline per 5mila nuove occasioni per giovani creativi e istituti di collegamento scuola-lavoro) messo in piedi dal governo inglese siano purtroppo inconcepibili da noi, la voglia di cultura c’è e tiene. Nel 2007 le famiglie italiane hanno speso alla voce cultura 61,5 miliardi di euro (+2,3% sul 2006), il 6,83% del bilancio famigliare, che è comunque molto al di sotto della media Ue a 27 (9,4%). Cresce il teatro (+23% negli ultimi 10 anni) e i concerti (+17,3%). Tutto sommato i prezzi di concerti, musei e teatri crescono solo del 3,3%. Tuttavia, per scovare il primo museo italiano in termini di visitatori bisogna scalare al settimo posto (Musei Vaticani), molto dietro al Louvre e al Centre Pompidou di Parigi.
Infine qualche nota sul turismo. Nel 2007 ci siamo piazzati al quinto posto per attrattività e grado di notorietà internazionale, dietro ad Australia, Usa, Uk e Francia. Questo nonostante stazioniamo ancora al primo posto per il patrimonio artistico e culturale e al secondo per quello storico.
Ne esce insomma un quadro confortante sotto il profilo della sostanza: creativi, giovani e famiglie tengono botta. Si produce, si realizza, si concepiscono nuove idee. Diviene però un problema mettere a frutto questi spunti, concedersi un concerto in più, fare della propria passione un mestiere serio e che trovi sbocchi essenziali. Scovare risorse e opportunità. Non è un caso che, guarda la coincidenza, un giovane artista romano, Matteo Basilè, mi abbia detto poco tempo fa durante un’intervista per un’inchiesta che uscirà su Inside Art di settembre, che Roma e l’Italia sono luoghi magnifici per creare. Ma diabolici per fare dell’arte un mestiere.

PARTITA RAI 4, LA TV DEI GIOVANI? Ieri sera è partita Rai 4. Si, avete capito bene, voi che non pedinate come segugi le magagne della televisione. Lo zampino è quello di un mio vecchio professore all’università Roma Tre, il mitologico Carlo Freccero, già enfant prodige della tv italiota e transalpina. Sul quale, attualmente a capo di Raisat, ricade la diretta responsabilità della nuova emittente in chiaro su digitale terrestre.
I primi segnali sembrano decisamente confortanti. La logica, per così dire, è quella della tv 2.0, per ricalcare l’ormai frusta definizione di Web 2.0. «L’obiettivo – ha dichiarato Freccero - sarà quello di trasformare, in alcuni casi, gli spettatori in autori, capaci di contribuire a creare alcuni dei programmi che andranno in onda con i materiali che propongono in rete. Il web sarà, quindi, per Rai4 una fonte formidabile di raccolta». Molte emittenti hanno cominciato a farlo già da tempo – per non parlare della IPTv – ma che ci arrivi la Rai, e con un progetto sotto l’egida di Freccero, non è evento da poco. Soprattutto per l’aria pesante che si respira di questi tempi nell’emittente di stato.
Complicato sbilanciarsi su quello che sarà Rai 4 dal prossimo autunno. Sembra che debba dunque diventare una tv giovane, che possa lottare (impresa titanica, anche considerando l’ancora limitata diffusione dei decoder digitali, che tuttavia potrebbe aumentare visto il prossimo aumento delle tariffe per lo sport di Sky) con Italia 1 e MTv. La rete di Antonio Campo Dall’Orto, in particolare, ha imboccato già da un paio d’anni la strada della tv interattiva grazie alla trasmissione “Your Noise”. Per ora, comunque, tanti bei film (ieri sera “Elephant” di Gus Van Sant) e una striscia di seconda serata (autentica seconda serata: si inizia alle 22,30!) popolata da diversi serial cult statunitensi, da “Day Break” a “Six Degrees” passando per “Wath about Bryan” fino a “Codice Matrix” e “Veritas”. A seguire, in terza serata e quotidianamente, l'appuntamento con “Alias”.
Infine, ma è davvero difficile dire se questa sarà una caratteristica costante, non ci sono interruzioni pubblicitarie. Che non è male, visto il peso insostenibile che hanno ormai gli spot su tutte le generaliste nostrane. Rimane comunque il fatto che un’impresa del genere, fra le rare professionalità a disposizione della Rai, non poteva che essere affidata a Carlo Freccero. Speriamo non faccia la fine della prima tornata di emittenti digitali – ricordate Rai Futura? – tutte miseramente chiuse dopo pochi mesi.

DIRITTI D'AUTORE, L'UE DÀ UNA BOTTA AL CERCHIO E UNA ALLA BOTTE Da mercoledì prossimo il mercato dei diritti d’autore musicali rischia di cambiare faccia. Come hanno infatti riportato (in maniera piuttosto confusionaria, a dire il vero) molti quotidiani di oggi, il commissariato europeo alla concorrenza, capitanato dall’olandese Neelie Kroes, proporrà un pacchetto di misure che si spera possa servire a smuovere le torbide acque di questo intricato settore.
Due, in sostanza, i provvedimenti significativi. Il primo mette sotto accusa la Cisac, Confederazione internazionale detentori diritti, in merito ad alcuni aspetti dei contratti di cessione diritti d’autore architettati da questa sorta di ragnatela delle diverse Siae internazionali. In particolare, la Commissione proporrà che i vincoli tuttora esistenti relativi alla compravendita delle licenze di riproduzione siano eliminati.
Allo stato attuale, infatti, l’accesso al materiale musicale (ma non solo) estero è possibile esclusivamente attraverso la società per i diritti d’autore della propria nazione, senza possibilità di individuare e scegliere i “compensi” da versare più vantaggiosi nelle Società per i diritti degli altri membri europei. Per acquistare i diritti, per esempio, di un brano di un artista tedesco che accompagni i titoli di coda di un film italiano, la produzione nostrana deve obbligatoriamente rivolgersi alla Siae, senza nemmeno l’opportunità di vagliare i prezzi della Gema, l’istituto teutonico o di un altro istituto ancora. Niente concorrenza, prezzi alti e inamovibili, mercato chiuso: questo il ragionamento degli uffici della Kroes. Per questo sembra che la Commissione darà infine ragione al colosso Bertelsmann, che nel 2000 aveva sporto una denuncia all’Ue proprio a causa del fatto che ogni emittente del proprio gruppo editoriale dovesse di volta in volta rivolgersi alle Società dei vari paesi in cui operano per acquisire i diritti: una società che voglia acquistare i copyright potrà dunque farlo attingendo all’intero mercato delle consociate europee, scegliendo il miglior prezzo.
Molti si sono opposti, dichiarando che si darà così il via a una corsa al ribasso nelle cessioni dei copyright. D’altra parte c’è anche da dire che attualmente non tutti sono in regola. Non tutte le emittenti e i privati che vogliano farne uso, infatti, acquistano e pagano regolarmente i diritti d’autore. Anzi, si tratta di una minoranza. A fronte di una tariffa più accessibile, dunque, c’è da sperare che chi è fuori legge possa così mettersi in regola e che quel che si perderebbe abbassando i prezzi, si recupererebbe tramite l’emersione delle miriadi di società che se ne infischiano del diritto d’autore.
L’altro punto all’ordine del giorno, più controverso,consiste nell’allungamento dello sfruttamento del diritto d’autore da 50 (ma in Italia era già fissato a 70 anni) a 95 anni dalla morte dell'ultimo coautore. Questa scelta appare tuttavia come un regalo alle società di edizioni – più che alle case discografiche, come erroneamente affermano alcune testate. Una dannosa concessione ad artisti (e soprattutto a estranei nipoti e pronipoti che mangiano sulla creatività di nonni e bisnonni, tipo Hugh Grant in “About a boy”) che continueranno a percepire i diritti, attraverso le società editrici, anche per brani e composizioni depositate dai loro vecchi oltre mezzo secolo prima.
Davvero l’ultimo dei modi per aiutare il mercato editoriale musicale, e quindi discografico, a darsi una scossa.

CROCIFISSIONI: PETE DOHERTY E L'ARTE Ha rubato, è finito in gattabuia, ha fatto a cazzotti e fomentato decine di risse.
Ma, soprattutto, ha consumato chili di cocaina, eroina, crack, alcolici e chissà quali altri obbrobri chimici. Nemmeno i santi monaci thailandesi sono riusciti a disintossicarlo.
Adesso Pete Doherty – cantante, leader dei Babyshambles e pittore col suo stesso sangue – finirà crocifisso. Sottoforma di statua.
A prendergli il calco per la scultura è stato l’amico artista Nick Reynolds, per un concerto del 12 luglio a Londra.
Anche con l’arte, come in economia, il nodo è quello della stagflazione: va bene essere pop. Ma la rinuncia sfacciata a contenuti forti per temi votati alla stolta provocazione non finisce per generare l’effetto più nefasto per le arti? Vendesi fumo.
Pubblicato sul numero di luglio-agosto di Inside Art.

MISTERI ITALIANI: SEMPRE UN MILLIMETRO SOTTO LA MELMACerte volte mi vergogno davvero tanto. Nel profondo, come quando si è colpiti nella dignità. Sarà che ho sempre avuto un intenso (anche pesante, per alcuni presunti amici) senso civico, che assistere a certe scene mi ripugna non solo, come dire, superficialmente. Ma proprio come essere umano, prima ancora che come cittadino e come (mero) elettore. Un concetto di giustizia, direi, quasi greco-romano, fondato nella realtà naturale. Un giusnaturalismo post-moderno, ecco.
Direte, sbeffeggiandomi, che l'Italia era il peggior paese nel quale uno con una testa e con delle idee del genere potesse ritrovarsi a vivere. Sotto ai baffetti (sudati) abbozzo un mezzo sorriso spento, mio malgrado vi accordo la ragione. E vado avanti.
Non è poi l'ultimo caso - quello del pluriomicida con codazzo criminale al seguito che uscirà domani per decorrenza dei termini a Foggia - o la scoperta - faccio ammenda, non avevo mai inquadrato il fatto - che il capo della banda della Magliana sia sotterrato in una basilica cattolica fra le più importanti della capitale.
È il complesso, il sistema-Paese che ne esce fuori. Il segno che questi fatti gravissimi (mi) passano. Non ho infatti dubbio alcuno che misfatti, misteri e segreti del genere abbiano luogo ovunque, nel mondo. Le conache ce ne danno prova ogni giorno, da sempre. Per me che sono appassionato di storia, poi, non è certo una novità: il mondo antico, ma anche il Novecento, sono disseminati di enigmi all'apparenza insolubili. Ma proprio da questa passione, nasce anche una certezza parallela: in Italia gli "archivi" non si aprono mai. La puzza resta sempre e comunque ben sigillata all'interno delle solite camere, secretata alla cittadinanza, nascosta (ma quanto, poi?) alla pubblica opinione. Anche decenni più tardi.
Si preferisce, da parte di chi sa, di chi nasconde, di chi conosce mezze verità, di chi avrebbe - dopo tanti anni - solo interesse a chiarire certe questioni, relegare la gente al tragico circolo vizioso dell'ipotesi da bar, delle chiacchiere da divano e delle dietrologie cui chiunque non abbia l'essenziale per farsi un'idea è costretto a ricorrere. Nei casi migliori, delle inchieste giornalistiche che riescono a scovare qualcosa di nuovo ma vendono duecento copie e via, nessuno se ne ricorderà.
Non converrebbe a tutti - anche a chi ne è stato direttamente coinvolto, agli eredi, o al Vaticano nello scivoloso caso-Marcinkus - tentare di sollevarsi un millimetro oltre la melma?

LA LEGGENDA DELLA ROBIN HOOD TAX TITO BOERI - La Repubblica (21 giugno 2008)
LA LEGGENDA di Robin Hood risale a più di 700 anni fa. Quella della Robin tax, una tassa sui petrolieri che toglie ai ricchi per dare ai poveri, ha una storia trentennale, il tempo che ci separa dal secondo shock petrolifero. Con il prezzo del petrolio non lontano, in termini reali, dai livelli attuali, fu Jimmy Carter a recitare le parti dell'arciere della foresta di Sherwood. Non si sa se Robin Hood sia mai esistito. Si sa, invece, con certezza che la Robin Hood tax non si è mai materializzata. Se ne è parlato in molte campagne elettorali (compresa quella in corso negli Stati Uniti) perché la proposta è molto accattivante, ma quando si è trattato di fare sul serio, la Robin tax è rimasta solo un sogno nel cassetto, una leggenda.
La verità è che si teme che la tassa finirebbe per trasferirsi sui consumatori sotto forma di prezzi più alti, facendo pagare il conto a milioni di famiglie, anziché alle compagnie petrolifere. Il fatto è che la domanda di carburante è poco reattiva a variazioni del prezzo. Ci vuole del tempo per cambiare abitudini, rinunciare ad andare al lavoro in macchina, dotarsi di fonti di riscaldamento alternative, investire in tecnologie che riducano la nostra dipendenza dal petrolio. Quindi le compagnie petrolifere e i distributori possono tranquillamente aumentare i prezzi per compensare il maggiore prelievo senza temere forti contraccolpi sulle quantità vendute.
Anche la Robin tax annunciata da Giulio Tremonti rimarrà una leggenda. Ci sarà un incremento delle royalties sul'estrazione che ha luogo nel nostro paese. Dovrebbe portare alle casse dello Stato non più di 150 milioni, meno di un decimo di quello che 'erario ha ottenuto dai rincari della benzina in termini di gettito aggiuntivo del'Iva sui carburanti. Poi ci sarà un macchinoso prelievo sulla rivalutazione delle scorte di magazzino.
Nessuno sa quale sarà il gettito di queste nuove norme contabili, ma si parla di poche decine di milioni dato che molte riserve sono strategiche e altre non sono fisicamente sul nostro territorio. Il piatto forte con cui Tremonti vuole mostrare di fare sul serio è rappresentato dall`innalzamento del'aliquota Ires (dal 27 al 33 per cento) sull'interafiliera petrolifera (dalla produzione alla distribuzione) e sulla stessa generazione e commercializzazione di energia elettrica. Questa tassa, colpendo soprattutto la distribuzione, finirà per gravare sulle famiglie in termini di prezzi più alti del carburante e dell'energia elettrica.
Tremonti è ben consapevole di questo rischio, tant'è che un articolo del decreto varato mercoledì dal Consiglio dei ministri «in soli 9 minuti» (si vede perché non c'è ancora un testo finale!) impone il «divieto di traslare le maggiorazioni d`imposta sui consumatori». E' un divieto di carta, niente di più che moral suasion, perché ampi settori del mercato energetico non sono regolamentati e non possono essere soggetti a prezzi amministrati in virtù di direttive comunitarie. Anche nei comparti dove il prezzo è regolamentato, questo trasferisce sui consumatori ogni maggiorazione dei costi.
Poco meno di metà del raccolto con queste tasse straordinarie verrà destinato agli anziani sottoforma di carte prepagateper cibo e bollette, anziché trasferimenti in denaro (perché?). Non si sa nulla sui criteri di scelta dei beneficiari, anche questo un segno dell'improvvisazione con cui sono stati varati i provvedimenti dal Consiglio dei ministri. Né si capisce perché debbano esserci requisiti anagrafici, proprio mentre l'Istat segnala un forte incremento della disoccupazione giovanile. La verità è che si vuole contenere l'esborso dato che la maggioranza del gettito verrà destinata ad altri fini.
In sostanza si profila un trasferimento principalmente dai consumatori di energia allo Stato e ai beneficiari di queste carte prepagate, di cui speriamo di conoscereprima o poi l'identità (strano che il Consiglio dei ministri non abbia voluto mettere paletti a riguardo).
I titoli che hanno subito maggiori contraccolpi dopo il Consiglio dei ministri di mercoledì sono quelli della distribuzione petrolifera, mentre l'Eni ha avuto un andamento più altalenante, soprattutto a causa del downgrading del proprio debito. Non stupisce che l'arciere di via XX Settembre non abbia tirato fuori dalla sua faretra neanche una freccia per colpire davvero i profitti dei produttori di petrolio operanti nel nostro paese.
Il fatto è che il Tesoro è il maggiore azionista dell'Eni. Del resto, se il Governo voleva fare sul serio, se intendeva davvero destinare i ricavi derivanti dall'aumento del petrolio ai più poveri, poteva utilizzare quei quasi due miliardi che incassa dall'Eni sotto forma di dividendi.
Non c'era bisogno di introdurre alcuna nuova tassa straordinaria. Si è voluto, invece, ricorrere, una volta di più, a tasse straordinarie, che sono brutte, anzi bruttissime. Offrono infatti a tutti l'idea di un fisco arbitrario, diregole che possono essere cambiate a volontà dal politico di turno. Chi stabilisce quali sono i profitti da tartassare? Quando e come verranno colpite le altre rendite? Forse il vero significato di questa nuova leggenda poliuretana è proprio questo: si cerca di massimizzare il libero arbitrio del ministro dell'Economia.
Anziché i panni di Robin Hood, sembra oggi vestire quelli dello sceriffo di Nottingham, titolare del potere costituito che non rispetta la parola data. Per lui non si potrà neanche dire che ha fatto promesse in campagna elettorale, quando si sa che tutte le lingue sono biforcute.
La Robin tax è nata ad urne chiuse. L'unico risultato che ha raggiunto è mettere il cuore in pace al Governo per quanto riguardale misure di aiuto ai poveri. Difficile che se ne parlerà per il resto della legislatura nonostante i riverberi dell'inflazione, che penalizzano soprattutto le famiglie più povere, di qualsiasi età.
A Castle Green, nel Berkshire, c'è una statua di Robin Hood. Tutti gli anni ignoti rubano la freccia e l'amministrazione comunale deve rimpiazzarla. A Palazzo Chigi, in quello che oggi è il Berluskshire, i soliti noti hanno in questi giorni sottratto la freccia di Robin Hood.
Per favore ridatecela.

TRUCIOLI IN VENDITA (CARTACEA E NO) SU LULU!Ok. Ci sono cascato anch'io. Mi sono autopubblicato su Lulu "Trucioli": "Trucioli" è una bella pescata, non c'è che dire. Solo apparentemente caotica e irragionevole. In realtà, acuminata e stronza. Attinge a piene mani dalla mia testa inzeppata di caporali e punti e virgole, quella di un giovane giornalista-studente: articoli, riflessioni, invettive e passioni di un redattore precario in lotta con una contemporaneità segnata dalla mediocritas. Ma anche una selezione, ragionata e divertente, di due anni - ma ormai sono tre - di questo piccolo ma curato blog.Cliccando sul bottone qui sotto potrete acquistarlo in formato cartaceo (8,99 €) o scaricarne una copia elettronica (2,50€). I prezzi sono (oggettivamente) ridicoli, non vi pare? E alla fine sono belle 54 pagine di roba mia. Mica cazzi.

SOVRUMANI SUSSULTI NAZIONALIDico solo - e tanto basti a denotare l'inimmaginabile serata - che le mie animalesche urla hanno svegliato la povera neonata che abita al pianterreno del palazzo di fronte al mio. Io abito al terzo, di piano.

LA GUERRA DEI CAFONI, CAVALLERESCHE MAZZATE DELLA MODERNITÀ Da una parte, luridi, sdruciti, sottouomini, ci sono loro: Leonardo il Mucculone, Tonino detto Stonino detto lo Storduto, Scorfano, Peluso, Racchione, Sorsodemieru, Duedipressione, Tromba d’aria, Ricchio, Buttasangu, Pecuravecchia e una ciurma di altrettanti scapestrati. Capitanati dal tagliente Scaleno, coadiuvato dal più inquietante Cugginu. Dall’altra, con i jeans Wrangler nuovi di zecca, il Caballero e le Lacoste stirate, Girovitale, Sebastiano Conti detto Sebo, Toshiro Mifune, Luca Viale. Implacabilmente diretti da Angelo Conteduca detto Francisco Marinho detto, per assonanza, il Maligno. In mezzo – ci finirà, alla fine, caricando involontariamente su di sé, come personaggio, (quasi) l’intero senso del nuovo romanzo dell’impareggiabile Carlo D’Amicis – Sabrina Scopinculo. Le due gang si affrontano. Si odiano. Vogliono annientarsi. La guerra è l’unica loro ragione di esistenza. L’estate è il loro tempo. Ogni estate, da sempre. Anche se quella del 1975 finirà diversamente dalle precedenti. Torrematta, sperduta località di villeggiatura salentina, il loro sanguinoso ring. Cafuni contro signuri: finite le scuole, che si aprano le danze. A sonore mazzate.
Uno strabordante poema cavalleresco della modernità, che ha le qualità di quei magnifici e impeccabili plastici degli architetti: riprodurre in scala, senza preoccuparsi eccessivamente di una contestualizzazione in certe occasioni pleonastica, le complicate dinamiche di un periodo storico fra i più tribolati d’Italia. Un romanzo di formazione? Forse, se non fosse che la famigerata etichetta è ormai logora e priva di efficaci implicazioni. Prima di tutto, però, un testo esilarante, oliato e curato fin nel minimo dettaglio, feticista fino al midollo nel suo impastare oggetti, sapori, reliquie, costumi e ricordi di un decennio – quello dei Settanta - che valse un secolo per il sudore e le passioni che vi si sprigionarono, spesso, come in questo caso, senza ragioni apparenti. Ma soprattutto, e semplicemente, divertente, grazie ai meccanismi narrativi – l’iterazione, l’iperbole, i parallelismi e il contrasto riproposto in cento salse diverse, tutte profumatissime - che l'autore romano conosce e applica a menadito, manco fosse un chimico impegnato in laboratorio.
La voce narrante – e i “dispacci” quotidiani - è quella del perfido e nietzschiano Maligno, quattordicenne benestante impegnato a difendere il proprio onorabile lignaggio: vero duce de li signuri – e fidanzato della venerabile Scopinculo – Marinho pattuglia il territorio a bordo del suo Fantic Motor Caballero, ingegnando coi suoi prodi nuove strategie d’attacco. Attorno alla sua battaglia – che sembra così profondamente sociale da rivelarsi, come sempre nell’adolescenza, sostanzialmente privata – si muove un assurdo teatro di guerre giovanili ma non troppo, pieno di imprevisti, trabocchetti, lancinanti verità e franche scazzottate. Sostenute – e qui sta la cifra di D’Amicis e del libro tutto – da un linguaggio volutamente pomposo e sarcasticamente aulico, ma spietatamente preciso. Non una virgola di troppo, non una riga più del necessario. D’Amicis riesce in un’impresa colossale: costruire una finzione dentro la finzione. Acciuffare cioè il lettore in uno strettissimo, doppio passaggio finzionale: quello dalla sua realtà al libro, e quello dal libro alla realtà concepita, inquadrata e vissuta dal mefistofelico Maligno. Un delizioso gioco di specchi per raccontare, attraverso i nettissimi quanto fragili confini di ieri, la radice dell’umoristica babele odierna. [Carlo D'Amicis, La guerra dei cafoni, Minimum Fax, 224 pagine, 13 €]

MORTO IN MOSTRA: SERVONO NUOVI TABÙ?La fine della vita è un’opera d’arte? Verrebbe da rispondere, scevri da ghirigori linguistici, che tutti i crocifissi dipinti, scolpiti, incisi e fotografati in saecula saeculorum incarnino la soluzione della capziosa questione. Il Cristo morto del Mantegna non è forse il tripudio icastico di un cadavere, per quanto sacro? La magagna è un’altra se Gregor Schneider, uno dei maggiori artisti tedeschi, s’è messo in cerca di un moribondo disposto a passare gli ultimi attimi della propria vita in uno spazio pubblico, museo o galleria è indifferente. È necessario – nel postmoderno e promiscuo tempo profano – edificare un nuovo tabù, se quello della morte ha da tempo ceduto di schianto? A posse ad esse non valet consequentia.
Pubblicato sul numero di giugno di Inside Art.

DONADONI E LA QUESTIONE ROMENANon c'è dubbio. La frase più ficcante e divertente, in questi giorni turbolenti post-cappottone azzurro, è sbucata dalla mente del mitico Oliviero Beha: «Donadoni ha riaperto la questione romena». Speriamo la richiuda pure.

SUPERMAN, LE CABINE TELEFONICHE SI SONO ESTINTE! Dice che oggi Superman compie ben settant'anni. Il 10 giugno 1938, infatti, faceva il suo esordio nelle edicole statunitensi una nuova tipologia di eroe, non più abitante di remoti e misteriosi mondi esotici, come Tarzan o l'Uomo mascherato, ma inquilino di una moderna città americana, Metropolis, e incarnavano il mito di una tradizione popolare antichissima: quella del superuomo.
In realtà l'Uomo d'acciaio era sbucato fuori quattro anni prima, nel 1934, dalla fantasia del giovane studente della Glenville high school Jerry Siegel e dell'amico Joe Shuster. Tra le case editrici statunitensi di quegli anni solo la National, poi diventata Detective comics, ebbe fiducia nelle capacità dell'uomo kriptoniano Clark Kent.
Ora, dati gli essenziali ragguagli storici, rimane un interrogativo esiziale per la comprensione del personaggio Superman e, soprattutto, per rassicurarci (e rassicurarlo) rispetto alla sua sopravvivenza: come faranno i disegnatori e gli sceneggiatori di oggi - nell'epoca dello smartphone, dei tre telefonini a testa e dell'iPhone - a continuare a fargli usare le cabine telefoniche per cambiarsi d'abito e fargli infilare alla velocità della luce la tuta blu?
Ammettetelo: è una bella sfida.
PS Che poi non si capisce, nonostante la rapidità con cui si cambiava, come mai nessuno in settant'anni di strisce, film e cartoon si sia mai accorto che c'era un uomo nudo in una phone booth.

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